Critiche

Antonello Zanet Sceglie il legno, materia prima che rappresenta la natura, evoca il legame tra terra e cielo, diviene, sapientemente plasmato, forma di comunicazione ancestrale, non più semplice scultura, ma spazio da vivere, da toccare, un filo conduttore terreno che suscita emozioni e spinge l’interlocutore prima ad una introspezione, per arrivare al dialogo e alla condivisione attraverso la purezza dei tratti e delle forme che ci propone e in cui spesso ci rispecchiamo. Infatti Antonello con le sue opere visualizza e materializza l’energia, rivela il suo spirito libero e autonomo, solo vagamente ispirato ai lavori di grandi artisti come ad esempio Giacometti, ma delineando uno stile unico che anima tutte le sue creature pulsanti di vita.
Lo fa sollecitato da un dinamismo entusiasta, utilizzando unicamente la motosega, strumento evolutivo protagonista del suo cammino artistico. Crea soggetti di indiscutibile armonia e grazia servendosi di tecnologia solitamente impiegata per distruggere, sfrutta la forza, la straordinaria potenza per dominare il legno. Il progetto è nella testa niente disegni né bozze, ma puro ed immediato istinto, bramosia e libertà d’espressione che sfociano in figure dai forti contrasti, pieni e vuoti, fissità e movimento, segni netti e decisi in contrapposizione con la purezza, ombre e luci e l’essere umano sempre protagonista, costantemente al centro; l’animo umano e le sue complessità magicamente riassunte nella materia plasmata con visibile passione.
Le figure angeliche, ma con il corpo femminile, sensuali, con i visi spesso rivolti al cielo a richiamare la nostra terrena attenzione verso l’elevazione, la spiritualità forse raggiungibile pur trattenute da basi solide e pesanti a ricordarci il nostro punto di partenza, le terra, il legno, ma dotate di ali o con la determinazione di un guerriero armato di sentimenti assoluti che lo rendono invincibile, ribellione e sfida con la gravità, paiono spiccare il volo verso l’alto trasportando i pensieri nella infinita ricerca della comprensione.
Fatevi coinvolgere dai sensi: guardate, toccate, annusate, lasciate scatenare liberamente l’abbraccio virtuale tra anima e corpo che Antonello, con incredibile semplicità, vuole condividere con tutti noi.

Laura Ambrosiani


 

Antonello Zanet ha cominciato a scolpire il legno a trent’anni.Il soggetto principale delle sue opere è la donna che viene richiamata dalle linee sinuose delle sue sculture,dalla morbidezza del loro modellato,dalla prevalenza delle curve.Le sue sculture esaltano spesso alcuni aspetti della figura femminile quali:l’ampiezza dei dei fianchi,la rotondità dei seni,la generosità delle carni.La donna che egli presenta è la donna primitiva,la donna madre-terra,dea della fecondità e in ciò sono continui i richiami alla scultura primitiva delle società africane e delle isole del Pacifico,sia per analogia tematica,sia per contiguità stilistica.
Egli usa scalpello e motosega come appagamento di un istinto erotico,come strumento per “possedere” la sua parte femminile,farla emergere,violarla,amarla.
L’energia delle sue opere conduce il nostro sguardo verso l’alto dove sembra disperdersi,ma dove in realtà continua a mescolarsi col Tutto.Nulla,infatti,viene”sprecato”,scartato:tutto serve e si ricicla,si riutilizza.Ci serva la nostra parte maschile/femminile poichè grazie a essa,in una sorta di ermafroditismo emotivo riusciamo a “darci” e a possederci;ci servono gli scarti(per esempio,spesso l’artista ricava dai pezzi di legno,scartati nella lavorazione di un opera,altre sculture,perlopiù maschere che si rifanno al Primitivismo)e quelli degli altri.
Egli si richiama a Brancusi.Sono caratteristiche del suo stile,infatti,anche la purezza della linea e l’estrema semplificazione del linguaggio.Questo viene fatto perchè Zanet non vuole che l’osservatore si distragga,vuole che il suo messaggio giunga chiaro e senza fronzoli al fruitore.Egli con questa voluta scarnificazione della forma suggerisce agli astanti di ritrovare l’essenza della Vita,di ritornare alla propria forza primigenia libera dai vincoli della società e delle convenzioni.In tutto ciò sta il suo Primitivismo:il richiamo all’interiorità,alla forza dell’intimismo contro la pletora della società di massa contemporanea.
Le sue sculture sono poste su un piedistallo di ferro,geometrico,spigoloso,in contrasto con la fluidità delle forme,quasi a voler dimostrare che le sue opere le tensioni che le hanno prodotte diventano”razionali”nel momento in cui”toccano terra”,nel momento in cui”devono stare in piedi”;per essere viste,trasportate,hanno bisogno dell’elemento razionale,maschile(come comunemente si crede).Ed ecco che emergono ancora le necessità e la bellezza degli opposti nelle sculture ricavate tutte e sempre da un un unico pezzo di legno.
Zanet disegna poco e lavora “con”il legno,insieme.Non nel senso che ogni pezzo di legno ha già dentro di se la forma finale,ma nel senso che sa parlare,sa suggerire,magari rompersi e proporsi all’artista che sa ascoltarlo:per questo è importante l’assenza di colori e vernici che nasconderebbero le vene vitali,vive,del legno,i suoi pori,le sue crepe,che a volte sono anche le pulsioni dell’artista,il suo agire.
Zanet stesso,infatti, dichiara:-La scultura è viva “mentre” la faccio e” muore” quando è finita-
La sua scultura,quindi,deve essere intesa anche come azione scolpita,come agire rappresentato dall’azione.
Il valore dell’azione è centrale nell’arte contemporanea(si pensi a Pollok e all’action painting o alle performance)e cosi pure in Zanet,il quale è quindi pienamente un’artista contemporaneo che esplicita un linguaggio scultoreo che è insieme antichissimo e modernissimo.

Mario Sedran
Rita Bragatto


 

Animato da un entusiasmo contagioso nel lavoro e nella ricerca, rivela una profonda umiltà, quasi si sentisse semplicemente un “servo della sua arte”. Nel modo di scolpire di Zanet si percepisce la metafora del tempo che passa e l’impossibilità di tornare indietro portandone sul viso o nella propria anima i segni, nelle sue opere si nota infatti la mancanza di timore nel gesto, come una sorta di sereno fiducioso abbandono al disegno del destino. Le sue figure allungate e sinuose delineano una profonda ricerca spirituale, linee dolci ad indicare uno stato di benessere interiore a lungo ricercato e forse trovato.
Artista di visibile talento, ci porta a riflettere sull’anima segreta di ogni cosa, sussurrandoci che l’artista è colui che riesce a vedere ciò che a occhio comune è altrimenti celato e che il suo difficile compito è quello di mostrarlo al mondo con profonda umiltà e onore.

Silvia Pujatti


 

Antonello Zanet scolpisce il legno, ne assapora il profumo, ne accarezza le fattezze, ne percepisce l’anima e desidera dialogare con l’essenza. Il legno come compagno nell’arte: un amico forte, robusto, ma anche fragile se non maneggiato con la giusta accortezza e con il dovuto rispetto. Ogni sua opera è il risultato di una ricerca in cui l’istinto e la riflessione si compenetrano e si concretizzano in materia. Solo lavorando s’impara a lavorare, solo con l’esercizio costante si può acquisire la conoscenza, che non si limita alla tecnica più congeniale, per avvicinarsi alla materia. Infatti non si tratta esclusivamente di abilità e di cultura artigianale, ma, parlando di conoscenza, ci si addentra anche nell’ambito della formazione stilistica e concettuale, dove si investigano le proprie matrici, individuando modelli e punti di riferimento a cui confrontarsi.
Antonello affronta il proprio sentire e cerca, plasmando la materia, di plasmare se stesso, aspira anche al dialogo attraverso le concretizzazioni fisiche della sua anima. Il suo è un sentire sofferto, l’artista trova sollievo dal tormento interno, affrontando le tematiche che pesano sul suo cuore e solo così riesce ad averne ragione e a trovare ristoro. La sofferenza che opprime il mondo, il desiderio di primordiali certezze, la ribellione dalle ingiustizie e lo slancio verso il divino: questi sono gli argomenti che Antonello Zanet preferisce trattare.

Daniela Gambolò


 

Antonello Zanet è un artista spirituale: quasi paradigmatico, direi, lavorando il legno (materiale naturale, il cui utilizzo è antichissimo) e “disegnando” figure di donna (tema ancestrale, la cui perenne rielaborazione colloca il nostro artista nel filone dell’iconografia più classica). Le sue figure femminili, tuttavia, non hanno connotazioni individuali, anzi, sono realizzate con uno stile quasi primitivo, lunghissime, slanciatissime figure che sembrano emergere dal ramo d’albero dal quale sono state scolpite. Sono donne, si vede chiaramente, ma sono rappresentative di un archetipo, sono simbolo di colei che riceve, porta, protegge e nutre la vita. Anche per Antonello Zanet la realtà è trasfigurata, idealizzata, sognata. Il lavoro dell’artista consiste nel cercare la forma dentro la materia per poi liberarla e darle un significato tutto metafisico/simbolico. L’apparenza di queste sculture richiama alla nostra mente la mitologia e la religione delle culture più antiche: le linee nette, le superfici levigate ed i volumi così stagliati sono emblematici e sono simbolici delle qualità tradizionalmente attribuite alla donna: emozione, passività, purezza, intuizione…, ma anche magia e mistero. Sembra che il nostro artista si soffermi ad indagare l’inconscio femminile cogliendone i lati positivi, cioè rappresentandone le virtù e la bellezza, e trascuri di notare le paure e le contraddizioni. La materia, così perfettamente lavorata, è propriamente indicativa della bellezza che vuole cogliere e rappresentare, come se fosse la concretizzazione di un sogno ideale e soprannaturale. Anche per il nostro artista il mito è componente essenziale del suo lavoro: le statue sembrano essere “così come altrimenti non potrebbero essere”, tanto perfettamente e correttamente alludono al significato di “donna”, tanto simboleggiano i caratteri della femminilità.

Maria Teresa Aliprandi


 

Antonello Zanet lavora il legno con lievità ed una insita felicità per quanto la materia naturale gli permette di realizzare. Le sue filiformi figure femminili sembrano librarsi nell’aria offrendo al vento che le accarezza le brune chiome. Appaiono sensualmente accasate in un mondo che appartiene solamente a loro, precluso a noi mortali.

Giorgio Pilla


 

Antonello ha imparato da sé a distinguere fra le essenze – il ciliegio dal colore rosato, il duro e contorto olivo, il profumato cirmolo, l’esotico cedro – a lavorare ognuna in maniera diversa, a lasciare che siano il tronco, il ramo, la vecchia tavola di legno recuperata in una soffitta a suggerirgli la forma che assumeranno. Allievo di nessuno, ha imparato dai propri errori e dalla propria ispirazione. Scolpisce non con scalpelli e sgorbie, ma con la motosega. Ha l’aria di un approccio molto virile alla materia. Un modo di lavorarla dominandola senza mezzi termini, deciso e dagli effetti irreversibili. Eppure, le figure che modella sono con grande frequenza femminili. Alcune richiamano antiche dee della fertilità, altre sono eterei slanci che sembrano prendere il volo, per trovare nell’aria il proprio elemento. Tutte sono ricche di personalità. Tutte in bilico tra il figurativo e l’astratto. Davanti a un’installazione di arte astratta, facilmente annaspiamo in cerca di un senso. Ma ce l’ha veramente, un senso? A proposito dei non-sensi, Gary Zukav afferma: “II ‘non senso’ è tutto ciò che non rientra nei modelli preordinati che abbiamo imposto alla realtà. I veri artisti sanno che il non senso è tale solo quando non abbiamo ancora trovato il punto di vista dal quale possiamo attribuirgli un significato”.
In due parole, l’arte ci costringe a cambiare punto di vista, a guardare diversamente da come facciamo di solito così che, nella consueta realtà, noi scopriamo una nuova, articolata “planimetria di mondi possibili”. Il linguaggio simbolico di un’opera d’arte ci fa fare un passo in avanti… o forse un passo indietro; col quale lasciamo cadere i nostri abituali punti di vista, le nostre opinioni di sempre, un passo verso noi stessi.
L’emozione che l’artista ha infuso nella materia diventa la nostra emozione. La sua gioia e vitalità, la nostra. Le sue paure e le sue angosce, specchio delle nostre. Il legno diventa metafora del sentire umano ed esprime l’eterna incompiutezza di ogni cosa, se solo consideriamo che quelle che ci sembrano mete da raggiungere sono in realtà strade da percorrere: la perfezione è un’astrazione, un gioco del pensiero; nella realtà della nostra esperienza, la perfezione è sempre imperfetta. L’imperfezione, nelle sculture di Antonello, si esprime con i capelli ruvidi, a torre, di molte delle sue donne; con il basamento appena abbozzato di altre, con le ali scanalate e rugose degli angeli. Espressionista del legno, egli trasferisce con grande irrequietezza le proprie energie nella materia. Non indugia in molti schizzi e disegni preparatori, non medita a lungo sul progetto, ma lascia piuttosto che l’ispirazione del momento e la natura del pezzo di legno che ha fra le mani scelgano come prendere forma. Passionalità e malinconia, istinto e poesia, slancio verso l’assoluto e legame con la materia, con il legno. Nelle sue opere, gli opposti si conciliano.

Luigina Battistutta


 

Antonello Zanet predilige lavorare il legno, materia che gli consente di svincolare energia istintiva in modo irruento (cito le sue parole) “per raggiungere quell’armonia che altrimenti non sarebbe completa dentro di me”. Le sue sculture ci esortano con sollecitazione ad un impulso sincero e radicale , sono ruvida provocazione alla vita, sono prepotente richiamo al quotidiano coinvolgimento senza nascondere qualche sottile ironia.
Il messaggio dei tagli irregolari, delle posture un po’ teatrali, delle forme essenziali e primitive, ci colpisce come una sferzata di audace lealtà nell’affermare l’evidenza del vero, nel denunciare ingiustizie, falsità e dolore.

Daniela Gambolò